Mr Donald Sammut FRCS (Plastic Surgery).

Surgery of the Hand
Plastic & Reconstructive Surgery


 

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Frattura dello Scafoide

 

Lo scafoide è un piccolo osso molto importante situato all’interno del polso (carpo). E’ l’osso che più frequentemente subisce fratture perché ha un ruolo fondamentale nell’aticolazione del polso ed è pertanto soggetto a grandi forze, specialmente quando il polso è forzato in posizioni estreme mentre regge un peso, per esempio durante una caduta sulla mano con il polso in iperestensione. La frattura dello scafoide si verifica spesso in persone giovani ed attive, frequentemente nel corso dell’esercizio dell’attività sportiva.

La frattura dello scafoide dovrebbe essere sospettata in presenza di dolore, specialmente in corrispondenza della depressione sita tra la base del pollice ed il polso (“tabacchiera anatomica”). Comunque solo una radiografia può confermare o escludere la diagnosi di frattura, per cui deve sempre essere eseguita. Non è infatti possibile escludere una frattura basandosi esclusivamente sul quadro clinico. Anche dopo una radiografia, in caso di esito negativo della stessa, può essere saggio trattare il polso come se effettivamente vi fosse una frattura e poi ripetere in un secondo momento l’indagine radiografica (o eseguire una TAC), dato che è sempre possibile che una sottilissima linea di frattura all’interno dello scafoide non sia visibile alla prima radiografia.

Il trattamento convenzionale di una accertata frattura di scafoide consiste nell’immobilizzazione in apparecchio gessato od in tutore appositamente confezionato su misura per 8 settimane. La posizione della frattura potrebbe condizionare i risultati, ma in genere ci si può aspettare che il 90% delle fratture dello scafoide guariscano se trattate con le modalità descritte. Questa è una percentuale di guarigione di gran lunga inferiore rispetto a quella che ci si aspetta per le fratture in genere, e ciò perché lo scafoide è particolarmente vulnerabile per 3 motivi: - è in gran parte ricoperto di cartilagine ed ha solo piccole zone di comunicazione attraverso le quali il circolo sanguigno può raggiungere l’osso; - l’approvvigionamento di sangue ad un estremità dell’osso può essere bruscamente interrotto da una frattura; - forze meccaniche interne al polso possono tendere a scomporre i due frammenti dell’osso fratturato anche qualora esso sia immobilizzato in gesso.

Una forma alternativa di trattamento consiste nella fissazione immediata della frattura utilizzando una vite. In casi selezionati (frattura composta della parte centrale o del polo prossimale dell’osso), può essere possibile effettuare la fissazione con vite utilizzando solo una piccola incisione, sotto controllo radiografico. Il potenziale beneficio che ne deriva è rappresentato da un più breve periodo di tutorizzazione (talvolta anche solo 3 settimane per una frattura che si riveli particolarmente rapida nella guarigione), e da una maggior certezza della guarigione dell’osso, a patto ovviamente che la vite venga inserita in maniera appropriata. E’ comunque un intervento tutt’altro che semplice dal punto di vista tecnico, e se la vite viene inserita in maniera sbagliata o non riesce a stabilizzare adeguatamente entrambi i frammenti dell’osso, il risultato può risultare addirittura peggiore rispetto a quello che si sarebbe ottenuto con la semplice immobilizzazione in gesso. Nondimeno questa tipologia di fissazione si addice particolarmente agli sportivi ed alle donne perché consente un ritorno più rapido alla piena attività.

Se una frattura di scafoide non guarisce dopo l’immobilizzazione in gesso o la fissazione per mezzo di una vite, un ulteriore tentativo per assicurarne la guarigione può essere fatto, utilizzando un innesto osseo, generalmente ma non necessariamente associato a fissazione con vite. Il piccolo innesto osseo può essere prelevato dall’avambraccio (radio) vicino al polso, o dall’area dell’anca (più precisamente dalla cresta iliaca, la prominenza ossea del bacino sulla quale si appoggia la cintura). Esiste un’intervento descritto piuttosto recentemente nel quale l’approvvigionamento sanguigno all’innesto osseo è conservato anche quando l’innesto viene trasferito all’interno dello scafoide (“innesto osseo vascolarizzato”). Questo tipo di intervento esercita un grande fascino dal punto di vista teorico ma non è ancora stato possibile dimostrarne in maniera definitiva l’utilità nel migliorare i risultati.

In casi selezionati di pseudoartrosi  (= mancata unione dei capi ossei), ove cioè la frattura non sia troppo vecchia né lo scafoide abbia subito danni troppo gravi come conseguenza del trauma, il ricorso all’innesto osseo ha ancora discrete possibilità di successo. Sfortunatamente comunque esiste un certo rischio di sviluppare artrosi secondaria in seguito a qualunque frattura di scafoide, in particolare quando vi siano state difficoltà nel portarla a guarigione. Se la frattura non guarisce nonostante tutti i tentativi possibili, l’artrosi secondaria è assolutamente inevitabile. Esistono svariati interventi in grado di alleviare i sintomi persistenti in presenza di pseudoartrosi, ma presentano considerevoli svantaggi in termini di successiva limitazione funzionale del polso.

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