Un secondo intervento chirurgico può essere necessario per ottenere un buon risultato funzionale dopo una lesione tendinea.
Se il tendine (o i tendini) rimangono bloccati, essi possono essere liberati con un intervento di liberazione (tenolisi) grazie al quale il tendine viene separato dalla guaina che lo ricopre. Ciò è spesso estremamente difficile e può essere necessaria anche la rimozione del tessuto cicatriziale attorno alle articolazioni divenute rigide. Non sempre però questo intervento ha successo, e può addirittura risultare nella formazione di nuove aderenze postoperatorie e rigidità, e occasionalmente anche nella rottura del tendine.
Il completo fallimento della riparazione di un tendine flessore determina la necessità di ricorrere ad un innesto tendineo. Si dovrebbero lasciare dai 3 ai 6 mesi di riposo al tessuto cicatriziale per consentirgli di stabilizzarsi, e durante tutto questo tempo bisognerebbe cercare di riottenere la maggiore motilità passiva possibile attraverso la fisioterapia. Nel caso in cui la guaina del tendine (meccanismo a puleggia) sia sopravvissuta alla prima riparazione ed al suo successivo fallimento, l’innesto tendineo può essere eseguito attraverso un unico intervento. Al contrario la perdita della guaina richiede come primo passo la ricostruzione della puleggia, utilizzando un tendine artificiale in silicone che ha la funzione di mantenere aperta la strada per il futuro tendine mentre viene lasciato il tempo necessario al nuovo meccanismo a puleggia per guarire. La puleggia viene ricostruita utilizzando un piccolo innesto tendineo che viene passato attorno all’osso adiacente ed al tendine artificiale.
Se non c’è necessità di ricostruzione del canale digitale (=la sopradescritta guaina entro la quale scorre il tendine), l’innesto può essere effettuato in un unico intervento, prelevando, se presente, un tendine accessorio dalla superficie anteriore (volare) del polso (tendine del palmare lungo). L’innesto viene attaccato al tendine del muscolo flessore affetto a livello del polso e passato all’interno del palmo della mano e del dito interessato fino ad emergerne dall’estremità appena al di sotto dell’unghia, alla quale viene ancorato. Questo è infatti il metodo di ancoraggio più solido possibile, e permette un assai accurato aggiustamento della tensione del nuovo tendine al termine dell’operazione. Grazie alla grande resistenza della riparazione, è poi possibile la mobilizzazione precoce sotto la supervisione del terapista della mano, con conseguente riduzione dei rischi di formazione di aderenze e di perdita di movimento. Come nel caso della riparazione tendinea primaria, il processo di riabilitazione è difficile, prolungato e faticoso, e richiede notevole forza d’animo e perseveranza da parte del paziente per un periodo di 8 o più settimane. Nonostante questo però il risultato finale può essere deludente (all’incirca nel 20% dei casi), e per ottenere il miglior risultato possibile per quel dato paziente possono essere indicati ulteriori interventi di tenolisi e liberazione articolare (artrolisi). Il risultato potrà non corrispondere comunque alle aspettative, ma nella maggior parte dei casi sarà accettabile dal punto di vista funzionale.
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